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Limbo - Recensione

Scritto da Riccardo Pellegrini   
Sabato 24 Luglio 2010 10:13

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Più che un videogioco, Limbo è un atto sessuale tra uomo e macchina. La timida esplorazione iniziale innervosisce il giocatore, sovraccarico di stimoli sensoriali provenienti principalmente da macchie di colore bicromatiche discretamente rischiarate dal candore di una notte di mezza estate.

Ma sino a quel punto è solo petting, e nemmeno tanto sfrenato, col cervello in grado di sfiorare soltanto quello che, deo gratias, lo attende subito dopo l'inizio dei primi gridolini di piacere. Una volta addentratosi nel cuore pulsante della magnifica creazione digitale, l'orchestra dell'amore binario suona a pieno organico.

Le mani dell'homo ludens afferrano il pad nemmeno si trattasse di artigliare burrosi fianchi da muovere e smuovere continuamente. Egli si dimena ritmicamente come un ossesso sulla fisarmonica di elementi ludici fissati da Playdead Studios e parte, ballando in funzione delle armoniche melodie dettate dal profondo-ma-essenziale gameplay che sostiene l'opera tutta. Non siamo ai tentacolari livelli fatti registrare in Braid, ma poco ci manca.

Piuttosto che derubare quintali di piattaformiche scartoffie scribacchiate, nel corso degli anni, da chi prima di lui ha palesato interesse nell'approfondimento ludico a base di salti ed interazioni più o meno selvatiche con l'ambiente di gioco, Limbo riprende soltanto due, tre tòpoi della videoludica classica, svecchiandoli con un gusto tutto particolare per la riproposizione "riveduta e corretta".

Un lento, inesorabile flusso di idee regge il peso di una struttura che, data in pasto ad altre menti, avrebbe potuto risultare soporifera e claudicante, inadeguata. Il ripetitivo, cadenzato utilizzo di casse e leve quali deus ex machina della basica intelaiatura ludica viene invece egregiamente compensato dalla grande fantasia messa in scena dal misconosciuto team di sviluppo, capace di arrivare a toccare sublimamente corde emozionali del giocatore difficilissime da diteggiare. Limbo è vivo, e ricorda come le idee siano più importanti di budget milionari, soventemente.

 

 

La mente fugge, le stelle si eclissano, la colonna sonora dinamica accresce le sensazioni così come le passioni ed il blooming eccita le cornee del gaudente destinatario giocante. L'unione tra Limbo ed il fruitore non occasionale continua a stupire, fornendo gli stimoli necessari al raggiungimento di uno dei piaceri ludici più intensi mai provati da molto tempo a questa parte.

L'artificiosità di comignoli fumanti e di abomini meccanici prende il posto delle arboree creature contemplabili nei primi scampoli di gioco e, parallelamente al lento ma inesorabile imbastardimento delle ambientazioni, il livello di difficoltà cresce conseguentemente. Se prima lo sforzo mentale richiesto dagli enigmi non oltrepassava quasi mai la soglia di guardia, la tensione ludica espressa da metà opera in poi contribuisce a proiettare le sinapsi del videogiocatore verso l'Empireo. Il cuore pompa sangue, i diverticoli tengono sotto scacco lo sfintere anale, qualcosa si gonfia nei pantaloni.

Casse, pulsanti e manopole variano continuamente le proprie funzionalità in maniera coerente con le mutazioni delle leggi fisiche che regolano ogni agglomerato molecolare presente su questo splendido universo in bianco e nero: improbe rotazioni del fondale condannano il giocatore a prendere ripetizioni di forza centrifuga, mentre improvvise mancanze gravitazionali contribuiscono a considerare, da un differente punto di vista, le considerazioni newtoniane di qualche secolo fa.

Il giocatore è con la bava alla bocca, ma al maestoso trip audiovisivo non interessa. Corollario numero uno del piacere: "le cose belle durano poco". Il rumoroso amplesso che stava per essere finalizzato si evolve, drammaticamente, in un coito interrotto. Limbo è dannatamente breve, infatti, e bastano tre, quattro ore di gioco per portarlo a termine. La presenza di qualche anfratto segreto stimola, poco, il replay value del titolo. Il godimento poteva durare di più? Certo, ma non importa, in fin dei conti: quella strana, bellissima sensazione di aver vissuto un'esperienza altra, per certi versi accrescitiva, rimarrà indelebile nei cuori di molti. Presstart compresa.

 

 

Commento Finale

Limbo è una delle produzioni più importanti mai apparse su 360. Lo stile particolare, unito al gameplay sincero ma dannatamente intrigante, rendono l'opera forgiata da Playdead Studios un acquisto praticamente irrinunciabile per chi, come Presstart, ha a cuore il futuro del videogioco.

Non fate le pecore, diffidate talvolta dalla direzione del gregge e prendete in considerazione l'idea di spendere qualche Euro per fruire di un'opera che, sebbene duri poco, resta uno dei punti più alti toccati dal genere piattaformico in quest'ultima generazione di console.

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