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Enslaved: Odyssey to the West - Recensione

Scritto da Michele Pattone   
Lunedì 18 Ottobre 2010 18:33

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Dopo aver dato alla luce il controverso Heavenly Sword per PlayStation 3, la software house Ninja Theory per il suo secondo progetto vira su un titolo multipiattaforma rientrante nel filone dei giochi di azione. Enslaved: Odyssey to the West narra la complicata convivenza dei due protagonisti principali dell’avventura, il nerboruto Monkey e la conturbante Trip, intenti dapprima a fuggire da una nave di schiavisti e poi a sventare una minaccia robotica di proporzioni bibliche, il tutto all'interno della futuristica ambientazione post-apocalittica americana.

Suddiviso in quattordici capitoli piuttosto brevi per durata complessiva, Enslaved punta forte su alcune meccaniche di gioco piuttosto collaudate ed invero anche piuttosto standardizzate: le (semplicistiche) fasi platform durante le quali Monkey è chiamato ad arrampicarsi su strutture più o meno pericolanti richiama alla memoria titoli quali Assassin’s Creed e Prince of Persia; mentre le sezioni di combattimento alternano momenti di lotta ravvicinata tipiche del genere hack and slash, intervallate da altre in cui il gioco richiede di eseguire eliminazioni dalla media distanza tramite il bastone/fucile di cui è dotato il protagonista maschile. Ridotta al minimo invece l’aspetto di esplorazione delle ambientazioni, anche a causa della natura estremamente lineare del titolo, che si riduce in buona sostanza nello scovare alcune sfere rosse capaci di sbloccare potenziamenti relativi ai parametri di attacco e di salute di Monkey.

 

 

Pur non brillando eccessivamente per originalità, la formula adottata da Enslaved funziona senza particolari intoppi di sorta: la telecamera virtuale segue (quasi) sempre l’azione in maniera adeguata, anche grazie alla possibilità concessa al giocatore di ruotare liberamente in tempo reale la visuale, in modo da poter tenere sempre sotto controllo la situazione, anche nelle fasi più concitate.

D’altra parte, se il sistema di combattimento appare piuttosto essenziale e asciutto nella sua configurazione, presentando i due classici tipi di varianti di attacco veloce o potente, qualche perplessità desta l’eccessiva ripetitività e monotonia degli scontri, anche a causa di un numero di nemici non particolarmente vario e originale, costituito in larga parte da robot appartenenti a tre, massimo quattro, specie diverse. Il pattern più efficace per superare gli avversari meccanici è quasi sempre quello di colpire alle spalle dopo aver parato i fendenti avversari, tattica questa amplificata purtroppo anche da una non eccelsa intelligenza artificiale dei robot, anche al livello di difficoltà massimo, che peraltro è suggeribile selezionare fin dall’inizio dell’avventura in modo da creare un livello di sfida appagante.

 

 

Ma il vero fulcro centrale di Enslaved consiste nel forte legame che lega i due protagonisti, e non solo a livello di narrativa, ma anche di gameplay: la morte di Trip, il cui controllo è riservato esclusivamente alla CPU, genera infatti un game-over insindacabile, anche qualora Monkey rimanga perfettamente in salute; è bene precisare tuttavia che nel corso dei nostri test il maggior numero di fallimenti è risultato da scontri persi dal protagonista maschile, piuttosto che da défaillance della bella ragazza, che raramente si espone a rischi inutili.

Il sistema quindi funziona alla perfezione, anche se di certo non avrebbe stonato la possibilità di controllare Trip nel corso di almeno qualche capitolo; e invece, a parte la capacità di aprire porte e attivare sistemi informatici, e qualche tattica diversiva (attivabile tramite un apposito tasto) funzionale per distrarre momentaneamente il fuoco nemico, il ruolo della protagonista femminile di Enslaved resta sempre piuttosto evanescente in termini ludici puri.

Da un punto di vista tecnico, il gioco creato dalla software house Ninja Theory sfrutta in maniera più che discreta il motore grafico Unreal creato da Epic, sia per quanto riguarda le fasi di gameplay che per ciò che concerne le cut-scene, sebbene raramente impressioni oltremodo la retina del giocatore. Decisamente sopra la media invece la colonna sonora, diretta magistralmente dal compositore britannico Nitin Sawhney, capace di enfatizzare i momenti cruciali della storia in maniera armonica e mai invasiva. Di buona fattura anche il doppiaggio in italiano, afflitto solamente da qualche sporadico problema di missaggio del bilanciamento dei volumi, calibrato evidentemente per sistemi audio di tipo 5.1 ma che ogni tanto perde qualche colpo nella fase dei dialoghi sui televisori dotati di uscita incorporata.

 


Evitando di esprimere giudizi diretti sulla storia, elemento questo che comunque siamo abbastanza certi spaccherà la comunità di videogiocatori tra entusiasti e delusi, bisogna fare i complimenti alla software house inglese per l’ottima caratterizzazione elaborata per i personaggi: una menzione particolare spetta a Pigsy che, qualora esistesse, vincerebbe a mani bassi il premio di miglior attore non protagonista mai apparso in un videogioco negli ultimi anni. E forse anche per questo che il primo contenuto aggiuntivo scaricabile del gioco verrà dedicato proprio al paffuto ed istrionico amico di Trip.

Per concludere, buone notizie per gli amanti degli obiettivi sbloccabili: il titolo infatti permette di ottenere con una certa semplicità almeno 600-700 punti gamerscore semplicemente completando l’avventura principale. La già menzionata suddivisione in capitoli permette poi di ottenere in maniera piuttosto semplice i rimanenti achievements.

 

 

Commento Finale


Enslaved: Odyssey to the West è titolo dotato di una giocabilità solida e capace di intrattenere un buon numero di appassionati, senza per questo mai raggiungere vette di eccellenza particolari.

La longevità non è certamente uno dei suoi punti di forza, visto che è possibile completare l’avventura in non più di 8-9 ore di gioco, ed alcune scelte fin troppo semplicistiche potrebbero far storcere il naso ai giocatori più navigati. Nonostante questo, il giudizio finale del prodotto non può che essere largamente positivo, grazie ad un comparto tecnico di buon livello ed una storia che, nel bene e nel male, riesce a tenere alta la tensione fino alla fine.


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