Dead Space 2 - Recensione

Scritto da Michele Pattone   
Mercoledì 09 Febbraio 2011 17:50

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Qualcuno sostiene che il genere survival horror nei videogiochi sia morto e sepolto ormai da qualche tempo. Una tesi che viene però messa in forte discussione proprio da Dead Space 2, poiché il secondo episodio della saga creata da Visceral Games non intende rinnegare le sue origini, proseguendo lungo il solco tracciato dal primo capitolo uscito nel 2008, e cercando di limare ove possibile le imperfezioni di gioventù dell’opera prima.

 

 

 

 

 

 

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In Dead Space 2 si torna a vestire i panni di Isaac Clarke, l’ingegnere elettronico protagonista della prima avventura nella spazio, che a distanza di tre anni dai terribili eventi avvenuti sulla nave Ishimura si risveglia sullo Sprawl, una stazione orbitante collocata su Saturno. Colpito da allucinazioni terrificanti riguardanti Nicole, la sua fidanzata defunta, Isaac deve fronteggiare una nuova invasione di necromorfi, quelle stesse creature indemoniate generate dal Marchio, uno strano artefatto di provenienza aliena.

Così come avvenuto nel primo capitolo, anche in Dead Space 2 gli sviluppatori non hanno voluto raccontare i fatti alla base della storia utilizzando il classico schema hollywoodiano composto da frequenti cinematiche più o meno complesse, preferendo invece relegare l’aspetto narrativo alla raccolta di audio-messaggi sparsi lungo le ambientazioni di gioco, in pieno stile minimalista a là Bioshock.

Una scelta coerente sia con il passato, ma soprattutto con il genere a cui Dead Space 2 fieramente sente ancora di appartenere: la logica suggerisce che un survival horror non può e non deve cedere alla tentazione di spezzare eccessivamente il ritmo di gioco, poiché lo stesso costituisce il cuore pulsante dell’intera produzione. Inserire troppe cinematiche avrebbe significato ridurre il pathos e la sensazione claustrofobica del viaggio di Isaac Clarke lungo i bui e stretti corridoi di gioco, vanificando gran parte dell’esperienza.

Qualche giocatore di nuovo corso potrebbe soffrire della mancanza di sequenze in computer grafica altamente spettacolari, ma a giudizio di chi scrive, la soluzione adottata risulta essere a conti fatti la migliore possibile.


MOMENTO MIGLIORE

La mancanza di cut-scene inutilmente lunghe ed estenuanti

MOMENTO PEGGIORE

Alcuni audio-log sono di una inutilità soprendente

 

 

 

 

 

 

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Trattandosi di un sequel diretto, chiunque abbia giocato il primo capitolo sa bene cosa aspettarsi dagli sviluppatori di Visceral Games. Le modifiche apportate ai livelli di gioco sono piuttosto contenute, ma hanno tuttavia il pregio di migliorare in piccole dosi l’esperienza provata tre anni fa.

Ad un occhio e una memoria attenta infatti non può sfuggire l’eliminazione (quasi) totale del fenomeno di back-tracking che attanagliava il predecessore, ossia quella soluzione che costringeva i giocatori a ritornare in luoghi già precedentemente visitati nelle prime ore di gioco. Dead Space 2 ha il merito di spingere Isaac in avanti piuttosto che indietro, facendogli attraversare locazioni sempre nuove, sebbene non sempre estremamente originali, ma questo anche a causa del contesto in cui lo stesso si trova ad agire.

I corridoi angusti e bui visitati sulla nave spaziale Ishimura sono presenti in massiccia dose anche su Sprawl, ma la sensazione è che l’ambientazione di gioco si estenda in modo più aperto rispetto al passato, lasciando la possibilità al protagonista di uscire leggermente dai binari precostituiti. Questo ovviamente non vuol dire che Dead Space 2 sia un titolo free-roaming, tutt’altro: il survival horror, per creare tensione e paura, deve essere claustrofobico nelle ambientazioni e scriptato nelle azioni, pena la perdita della propria identità videoludica (vedi Resident Evil 5), e trasformazione in altro da sé.

Nessuna particolare evoluzione anche per i piccoli puzzle-game inseriti all’interno del gioco, relegati alla classica funzione di byepassare porte elettroniche altrimenti inaccessibili, così come per l’interfaccia di gioco, ancora splendidamente integrata nel RIG (leggasi: tuta) di Isaac. In fin dei conti il sistema architettato dalla software house regge ancora più che bene, e la scelta di adottare la paura del tipo “BUH” (materiale), rispetto a quella "OHHH" (psicologica), quella tipica da b-movie che ti fa saltare il cuore in gola perché una creatura orripilante spacca una vetrata quando meno te lo aspetti, fa ancora il suo sporco, ottimo, lavoro.

 

MOMENTO MIGLIORE

Se tutti i giochi fossero hud-free come Dead Space 2, sarebbe un mondo migliore

MOMENTO PEGGIORE

La mancanza di originalità nei puzzle-game inseriti un po’ a casaccio all’interno del gioco

 

 

 

 

 



 

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