RSS
Twitter

Facebook

Banjo-Kazooie: Nuts & Bolts

Scritto da Riccardo Pellegrini   
Mercoledì 19 Novembre 2008 14:42

 

Odio le recensioni pedanti. Quelle che si prendono troppo sul serio, che superbamente si arrogano il diritto di affossare un gioco piuttosto che un altro. Odio Banjo Kazooie: Nuts and Bolts. Lo amo. E adoro le review ben scritte, capaci di trasmettere l’essenza di un titolo e la passione mediante la quale esso viene sviluppato.

 “Abbi ben chiara la cosa da dire: le parole verranno”, sosteneva Catone il Censore. Rare è tornata, ma nella maniera più inaspettata possibile, piegando uno dei propri franchise di riferimento alla tristissima moda che “se non è free roaming, non lo vogliamo”. Eppure sembra di respirare aria pura, e assieme di soffocare ogni due per tre: Dadi e Bulloni delude i fan più irriducibili, mantiene desta l’attenzione degli altri spettatori per mezzo di uno scontatissimo spettacolo teatrale ove l’unica attrattiva credibile è data dalla possibilità di esplorare a trecentosessanta gradi l’ambiente circostanze e di investire i pedoni. Sì, nel collettore che racchiude i diversi macromondi ludici la vita virtuale è pulsante, e la recita messa in scena un flusso narratologico continuo nel suo incessante ripetersi: personaggi non controllabili direttamente si arrogano il diritto di affossare ulteriormente il gioco, come se i miei primi respiri su Banjolandia non lo facessero abbastanza. Una storyline poco avvincente ammicca, senza troppa convinzione, ad un fantomatico gioco extradimensionale nel quale i due sfidanti sono nientemeno che l’orsetto Banjo e la malvagia strega Grunty: tocca al pelosotto animale raccogliere tanti pezzi di puzzle per arrivare alla sfida finale con l’emulo di Maga Magò, solo perché è il sistema a volere che, in questo modo, si ponga la parola fine innanzi alla loro pluridecennale storia di puro odio.



Una società, quella di questa terra virtuale, banale e piatta come quella reale: pinguini che sono pinguini poliziotto, rinoceronti che sono rinoceronti, tutto è scontato. Alcuni di loro sono più meritevoli di caratterizzazione, e si distinguono dagli altri vuoi per la staticità (in un gioco free roaming, sei tu che devi spostarti verso gli obiettivi sensibili, e non viceversa), vuoi per un punto interrogativo che gli fa capolino dalla testolina, vuoi o non vuoi, vai da loro e cerchi di dare un senso a quello che fai. Li aborro. Aborro la casa di Twycross, che ha rovinato uno dei miei platform preferiti. Ma amo la mia perseveranza. Gioco il primo livello, una di quelle missioni che solitamente toccano a trafficanti di droga alle prime armi o a Tommy Vercetti: portare una certa quantità di noci tostate dalla verdeggiante vallata verde alla modesta maison di un tizio scheletrico poco raccomandabile. Talmente facile che riesco a contargli le costole, per quanto tempo rimane prima che il cronometro dica stop. Eppure c’è del buon videogioco, in tutto ciò. Posso costruire il mio mezzo di locomozione, divento ingegnere meccanico per qualche ora, voglio battere il vecchio record stabilito dando vita alla vettura perfetta, per guadagnare quello stramaledetto trofeo. Non l’avrai vinta, Grunty. Chiedo consiglio alla talpa, magari sa dirmi qualcosa, sa darmi qualche dritta: ho bisogno di pezzi nuovi, e subito!

 


 

“Splendida talpa, io ti do tutte le note che vuoi, ma proprio tutte, anche quelle trovate in fondo al lago, basta che mi dici come fare per raggiungere quella cassa di modo da arraffare tante belle parti”. Giro per la città. Mi abbronzo sotto il sole cocente, osservo la notte superare il giorno e poi tornare, aiuto Jinji a sfuggire dalla pula maialesca. Non lo avrete, facoceri. Viva Banjo. Sono Kazooie dipendente. Oggi ho pensato che, forse, Killer Instinct 3 uscirà presto. Me l’ha detto la talpa. Se l’è inventato? Ne racconta tante, per questo continuo a vivere nel micromondo costituito da me, il mio cervello e le creature Rare, che improvvisamente sono divenute più gradevoli di qualsiasi comune mortale: non disturbano, vivono in funzione della corrente che fornisco al processore tricore di Xbox 360 ed offrono pezzi capaci di sfamare il bisogno di mutilare le leggi della fisica newtoniana con i miei geniali veicoli, dedicando altresì la loro enorme intellighenzia alla causa mea.

Fendendo l’aria assieme all'amico volatile vado zompettando allegramente qua e là, su e giù per i vicoli depravati del mio universo mentale perfettamente interscambiabili, nella loro assoluta identità, con le stradicciole del gioco, illuminate a giorno da luci abbaglianti e delicatamente cullate dalla luce della luna, ricercando disperatamente nuove opportunità di divertimento. In generale, odio i luoghi affollati, amo quelli tuoi, chimerica opera. Accetto anche lo humour che ti pervade, strepitoso gioco, uno dei più accesi e tumultuosi mai osservati nel mio salotto, sorbisco tutto, fuorché tu riesca a mantenere intatto l’incantesimo. Ti prego, voglio ancora divertimento. Ma non accetterò di ripetere per la quarta volta una corsa di auto, e non dirmi che lo fai perché devo imparare a conoscere quello che mi circonda. Non farmi cambiare di nuovo lo scenario senza propormi sfide originali, saresti malvagio. Perfetto, ho costruito tanti bei veicoli, pensavo di farci chissà cosa, promettevi le stelle, ed invece mi ritrovo ad esplorare le medesime meccaniche ludiche insieme alle quali mi trastullavo due giorni fa, quando stavamo io, te e la carretta del pecoraro. A che servono i razzi spaziali, se la tua varietà è sottoterra? Che m’importa di raggiungere velocità supersoniche, se devo battere sempre quei quattro imbecilli in pseudo varianti, più o meno riuscite, di “Il mio bolide super pompato contro il resto del mondo”?



Mi hai illuso. Non volevo Project Gotham. Non volevo Ace Combat, e nemmeno bramavo di spostare le casse come Ryo Hazuki in Shenmue. Hai ragione, mi sono autoilluso. Illuso di trovare un titolo finalmente diverso dalla massa, coraggiosamente disancorato dai soliti pattern di gioco. E invece ho trovato la stessa solfa, modificata nella forma, poco nella sostanza. Perdendo la tua identità ti sei rivoluzionato, ma non hai rinfrescato il mondo dei videogiochi, hai meravigliato per i tuoi scorci paesaggistici, per il tuo splendore grafico, hai stupito per non aver capitalizzato sulle tue intuizioni, proponendo un “less of the same” accoppiato alle possibilità quasi infinite delle creazioni ingegneristiche di cui vai tanto fiero. Eppure hai lasciato qualcosa dentro di me, la gioia di essere tornato bambino per una volta, e giocare come con i Lego: non costruisci Indiana Jones né eroi pipistrello su licenza, ma sei stato capace, per qualche ora, di rinverdire il mio lato fanciullesco. “Abbi ben chiara la cosa da dire: le parole verranno”, a me ne basta una.

Grazie.

 

 

xboxone.png

sony.png