Prison Break: The Conspiracy - Recensione |
| Scritto da Flavia Boni | ||||||
| Mercoledì 28 Aprile 2010 12:58 | ||||||
|
La solita vecchia storia. Sembra oramai praticamente inevitabile che la trasposizione in videogioco di un prodotto cinematografico o televisivo risulti quasi sempre deludente se non fallimentare. E’ come se gli sviluppatori, costretti a ricreare situazioni ed ambientazioni che debbono necessariamente adattarsi a parametri ben precisi, non riescano a liberare appieno la propria creatività, frustrati dai minori gradi di libertà a disposizione. Ecco quindi prender corpo la “maledizione del tie-in” che riesce a coinvolgere senza distinzioni sia produzioni ricche, sia quelle a budget contenuto; Prison Break: The Conspiracy, purtroppo, non rappresenta l’eccezione alla regola. Sviluppato dai poco noti sloveni di ZootFly e prodotto da Deep Silver, il gioco si ispira alla prima stagione della famosa serie televisiva della Fox, che ha avuto un grosso successo in tutto il mondo e che vanta un notevole seguito di fan. La trama si sviluppa tuttavia su un percorso parallelo rispetto a quello del serial tv, che seguiva Michael Scofield, fattosi appositamente rinchiudere nel penitenziario di Fox River, nel tentativo di far evadere suo fratello, Lincoln Burrows, ingiustamente accusato dell’omicidio del Vice-Presidente USA. Nel gioco, invece, si dovrà impersonare il ruolo inventato ex-novo di Thomas Paxton, agente della misteriosa “Compagnia”, incaricato di mischiarsi ai carcerati per marcare da vicino Burrows ed assicurarsi che finisca come da copione sulla sedia elettrica; Paxton, però, ben presto si accorgerà che le cose non stanno esattamente come gliele hanno raccontate e che proprio la Compagnia stessa si cela dietro al complotto che ha trovato in Burrows nient’altro che un capro espiatorio.
La concatenazione di situazioni che si dipana in Prison Break: The Conspiracy, amalgamandosi piuttosto bene con le vicende della serie tv, si lascia apprezzare soprattutto da chi conosce a fondo la trama originale ed ha familiarità con i personaggi principali, la cui caratterizzazione nel gioco è ben curata e fedele ai rispettivi ruoli. In questo modo, ricreandosi le atmosfere e gli equilibri di potere di Fox River, sembrerà di rivivere da protagonisti le situazioni del serial; il rinnovamento di linea narrativa è tale però da alimentare la curiosità e garantire vari colpi di scena, mantenendo quindi elevato il grado di immersione del giocatore. Per chi, di contro, si introduce per la prima volta nel mondo di Prison Break, vengono inevitabilmente a mancare tutti gli agganci anche emotivi di un fan; la storyline viene così a presentarsi nuda e cruda, perdendo una parte importante del suo fascino e rivelando una certa fragilità rispetto ad altri prodotti offerti sul mercato. Nei panni dell’agente infiltrato Paxton impegnato nel suo compito di scongiurare l’evasione di Scofield e Burrows, occorrerà inizialmente districarsi nei delicati equilibri del carcere, dove sono presenti diverse fazioni in lotta fra loro; bisognerà quindi fare favori a destra ed a manca ed aggirarsi nelle varie zone facendo affidamento ora sulla propria capacità di muoversi furtivamente, ora sull’abilità nel combattimento corpo a corpo. Il gioco viene quindi a configurarsi come una miscela tra un action ed uno stealth, con prevalenza di fasi di quest’ultimo tipo, perché nella maggior parte delle occasioni risulta comunque necessario rendersi invisibili alle guardie in maniera tale da spostarsi da un luogo all’altro della prigione. Il problema, tuttavia, è che il gameplay di Prison Break non convince appieno né come stealth né come action.
Analizzando in prima battuta le situazioni in cui viene richiesta circospezione e furtività, occorre sottolineare che il meccanismo di gioco si rivela molto vincolante, considerato che l’avvistamento da parte delle guardie implica un immediato “game over”, con la conseguente necessità di ripartire dall’ultimo checkpoint, la cui frequenza è peraltro abbastanza elevata. Il vero aspetto debole di queste fasi è, in realtà, rappresentato dalla scelta fatta dagli sviluppatori di stabilire, per ogni obiettivo da raggiungere, un percorso obbligato; in altri termini, per ottenere un determinato risultato non c’è spazio per la creatività e la ricerca di strade alternative, poiché bisognerà eseguire esattamente quei movimenti e quegli spostamenti previsti dagli ideatori del gioco. L’esistenza di un solo modo per superare una certa situazione toglie quindi libertà d’azione e conferisce al titolo un’eccessiva linearità, che va ovviamente a scapito del divertimento; non c’è partita, in effetti, con altri stealth come, ad esempio, Splinter Cell. Altre note stonate, poi, sul versante action del gioco, in considerazione anche di un sistema di combattimento non particolarmente accattivante e, in sostanza, poco approfondito; ci sono infatti a disposizione solo due tipi di colpi, leggero e potente, più la possibilità di effettuare una parata o la “mitica” contromossa, che da sola consente molto spesso di volgere a proprio favore gli esiti di uno scontro. La difficoltà media dei “corpo a corpo” si rivela pertanto piuttosto modesta ed anche la possibilità di aumentare la potenza del personaggio, attraverso specifici cicli di allenamento, contribuisce ancor più ad abbassare il livello di sfida; tutto troppo semplice, quindi, per fornire lo stimolo ad appassionarsi a questa fase di gioco, che è peraltro anche l’unica praticabile non in solitario, in modalità scontro uno contro uno.
Una valutazione in chiaroscuro può essere peraltro effettuata anche per quanto riguarda l’IA del gioco. Di sicuro la reazione delle guardie alle azioni del protagonista risulta molto precisa e pronta e, limitatamente ai percorsi obbligati di cui si parlava sopra, non si riscontrano sbavature o comportamenti illogici. Il problema è che i movimenti degli agenti carcerari risultano automatizzati ed eccessivamente schematici, per cui basterà studiarli un po’, con l’aiuto della mappa; l’eventuale insuccesso non potrà che dipendere soltanto da una disattenzione del giocatore. Inoltre, basta uscire fuori dal seminato, non assecondando lo schema previsto per la missione in corso, per dar luogo ad avvistamenti “miracolosi” ed al conseguente game over. Anche da un punto di vista tecnico, poi, Prison Break non si distingue per prestazioni particolarmente brillanti. L’aspetto grafico appare piuttosto datato, anche se il lavoro di ricostruzione degli ambienti di Fox River risulta apprezzabile e minuzioso ed anche le fattezze dei protagonisti si rivelano molto somiglianti agli originali della serie tv; le animazioni, soprattutto quelle facciali, non sono granché ed anche la sincronizzazione del labiale appare a volte sfasata. Dal lato del sonoro, invece, va segnalata la discreta qualità degli effetti e la presenza della colonna sonora originale, con le voci dei protagonisti affidate agli stessi attori del serial televisivo. Sotto il profilo tecnico complessivo, tuttavia, si ricava dal gioco la scomoda sensazione di essere di fronte ad un prodotto non completamente al passo coi tempi. Per il completamento del gioco occorrono dalle sei alle nove ore, a seconda dell’esperienza e dell’abilità del giocatore; la possibilità di sfidare un amico per una sana scazzottata non amplia di tanto il tempo di fruibilità del gioco, basata per quanto detto precedentemente sul modesto grado di attrattività dei combattimenti. Quanto al fattore rigiocabilità, poi, piove sul bagnato; l’eccessiva linearità del gameplay scoraggia infatti a riprendere in mano il gioco dopo averlo finito, considerato che occorrerebbe ripetere per filo e per segno quanto già fatto, senza spazio per variazioni sul tema o tentativi alternativi.
|