Braid - Recensione |
| Scritto da Riccardo Bindella | ||||
| Mercoledì 06 Maggio 2009 22:18 | ||||
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L’evoluzione videoludica di questi anni ha portato il mondo del gaming a svolte epocali: si è passati rapidamente da semplici contenitori di “problem solving” (basta pensare ai primi platform, Mario su tutti) a vere e proprie opere d’arte capaci di emozionare e a volte anche riflettere (Final Fantasy anyone?). “Un'esperienza filosofica” è il pensiero concepito nella mente di chi ha provato tale semplice mescolanza tra platform e puzzle game. Un flusso di emozioni figlio di un unico ambizioso ammasso di materia grigia, quello di Jonathan Blow, il solo responsabile di uno sviluppo durato ben 3 anni, spalleggiato solamente dall’art director David Hellman. Braid costruisce le proprie fondamenta su quelle basi, unendo le meccaniche tipiche di un platform a scorrimento con una massiccia dose di puzzle dall’arguta e inusuale concezione. E se vi state chiedendo cosa c'entri la filosofia in tutto questo, beh, sappiate che la risposta è da rintracciare nel modo con cui tale semplice coniugazione viene portata alle sinapsi del giocatore, il quale verrà avvolto da un affascinante manto capace di solleticare i meandri della propria coscienza. Atmosfera e sogno vengono trasmesse al giocatore grazie ad un egregio uso delle pastellose tinte quanto dei variegati fraseggi musicali.
Un trasporto emozionale efficace che viene corroborato da una storia semplice, raccontata brevemente attraverso diari di un tempo passato, e che fa uso di una adeguata scelta delle parole per guidare mano nella mano il giocatore all'interno dell'anticamera di quella che può essere definita un’esperienza onirica.
Manipolare il tempo registrando le proprie azioni, calcolarlo nei minimi movimenti per raggiungere l’agognato premio, Braid propone tutto ciò manifestandolo sempre nella maniera meno scontata possibile. Non vi è mai frustrazione, merito anche della capacità di poter tornare in vita riavvolgendo il tempo, ma più semplicemente gratificazione e coinvolgimento, elementi che rendono tutta l’esperienza di gioco dolce e mai stucchevole. Proprio per tale capacità di coinvolgimento e per la relativà brevità dei livelli, però, Braid pian piano svanisce, esaurisce la sua carica, facendoci tornare con i piedi per terra, mai delusi, soltanto leggerissimamente amareggiati, sicuramente grati a quell’unica mente per un dono così personale confezionato con tanta passione. Parlare dei difetti del titolo è arduo, in quanto è difficile scindere bene e male in quest'opera che punta più all inconscio che all’io. Il tarlo maggiore è rappresentato dalla mancanza di cura in alcune sezioni puzzle, derivata dalla complessità che le contraddistinguono, unita alla libertà offertà al giocatore nel modus operandi. Un difetto mai troppo invasivo, dato che basterà uscire dalla schermata in questione, ma che comunque ci ricorda in modo brusco che Braid, nonostante tutto, è sempre un videogioco, nato per mezzo di un budget molto limitato, per giunta.
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